Contatore visite gratuito

- Parrocchia S. Agostino Ventimiglia

Vai ai contenuti

Menu principale:

L’organo della Chiesa di Sant' Agostino:
ricerche e fonti d’archivio.

Data la mancanza pressoché totale di fonti e documentazioni d’archivio del com­plesso conventuale ventimigliese di S. Agostino, perdute nel corso del tempo a segui­to delle varie vicissitudini subite dall’edificio, è praticamente impossibile ripercorre la storia degli organi antecedenti a quello esistente. Le ricerche condotte dallo scrivente presso l’archivio parrocchiale, la Curia vescovile e l’archivio di Stato hanno permesso di ricostruire solamente l’ultima parte riguardante il (XIX e X secolo). Tuttavia si può ipotizzare che il convento di 5. Agostino, grazie alla fervente attività culturale della Biblioteca aprosiana in esso contenuta tra XVII e XVIII secolo, fosse certamente dotato di un organo di importanza rilevante. La notizia più datata della presenza di un orga­no è desunta dalla pubblicazione edita nel 1923 ad opera di EA. Bono (1). Attraverso questa fonte apprendiamo che intorno alla metà del XIX secolo, Don Giacomo Roggeri, direttore del Seminario vescovile, a quei tempi ospitato nel convento, provvede a dota­re la chiesa di un “ pregiato organo” (2). Sulla porta d’ingresso dell’antica sacristia è posata una lapide a memoria degli interventi di restauro compiuti da Don Giacomo Roggeri, la quale reca la seguente dicitura:
 
Memoriae
Jacobi Roggeri
Canonici ecclesiae albi ntimiliensis
Doctoris Teologi alumnis sacri ordinis instituendis
Equitis Mauritiani Lazariani
Qui de dioecesi multis nominibus optime meritus
Omne studium curam industriam contulit in suburbium Albi Intemelii
Cujus templum instauratum exornatum organo musico instructum
Curiae nomine donandum curavit
Decessit Tabiae apud suos
Postridie non. Decembr. An. MDCCCLXX VI aetat, suae LXVII
Curiales quibus praefuit ab anno MDCCCLVII
Per annos amplius XX VIII tanquam parentem coluerunt
Pietatis Causa hoc titulo decorarunt

Purtroppo è tutto quello che sappiamo su questo strumento di metà ottocento, che quasi sicuramente andò a sostituire un organo preesistente. I danni provocati dalle infiltrazioni di acqua proveniente dal piazzale soprastante della stazione ferroviaria e soprattutto il terremoto del 23 febbraio 1887 che sconvolse l’intero ponente ligure, limi­tarono la vita dell’organo a meno di cinquant’anni. La chiesa venne praticamente chiu­sa al culto sino al 5 ottobre 1890, data in cui con una solenne funzione il Vescovo Monsignor Reggio riapriva ai fedeli la chiesa nuovamente restaurata. Nel 1893 l’allora parroco Don Zunino provvide a dotare la chiesa di un nuovo organo costruito dall’organaro toscano Lorenzo Paoli e collocato in abside a livello del pavimento, dietro l’al­tare maggiore. Due iscrizioni esistenti a destra e a sinistra dell’organo, sulle porte di due armadi che servivano a nascondere le canne di legno della pedaliera e che dove­vano far parte dello strumento, ci informano che i parrocchiani, in occasione del giu­bileo episcopale di Papa Leone XIII, nel marzo del 1893, promotore il parroco G.B. Zunino, adornarono il tempio appena restaurato con un “ organo musico” (3). L’iscrizione di sinistra ci ricorda invece che il Vescovo Mons. Ambrogio Daffra1 entra­to per la prima volta nella parrocchia con grande concorso di popolo festante, consa­crò solennemente l’organo la domenica laetare del 1893 (4). Anche di questo strumen­to purtroppo non abbiamo documentazione d’archivio; da un articolo apparso sulla rivista “Musica Sacra” dello stesso anno, apprendiamo alcuni elementi importanti per determinare l’estetica e la composizione fonica dello strumento (5). Dotato di due tastiere di 58 note con prima ottava cromatica, una pedaliera di 30 note, 12 registri inte­ri reali di cui 4 chiusi in cassa espressiva appartenenti al secondo manuale, l’organo era stato progettato dal musicologo genovese Pier Costantino Remondini secondo i cano­ni della cosidetta riforma ceciliana che avrebbe in poco tempo arrestato il dominio dell’organo ottocentesco di gusto teatrale a favore di un repertorio più adeguato alle esi­genze liturgiche. Evidente il clima di passaggio dalla musica di stile operistico a quella "ceciliana” è l’appunto in calce all’articolo apparso sulla rivista Musica Sacra, dove si accenna al fatto che accanto all’esecuzione di una messa di Hailer, di stile più chie­sastico venne eseguito un Tamtum ergo di Tiraboschi, ancora legato agli stilemi operi­stici del XIX secolo.
Dopo soli dieci anni, l’organo Paoli acquistato nel 1892 - ‘93 per la somma di 5500 lire, grazie al concorso dei parrocchiani, del municipio di Ventimiglia e del Regio Economato dei benefizi ecclesiastici di Torino, diventò inservibile a causa dell’umidità provocata dalle infiltrazioni d’acqua del pavimento dell’abside su cui era appoggiato l’organo, causò severi danni allo strumento rendendolo inservibile. Su consiglio. dell’organaro Cav. Mola di Torino si decise di costruire una nuova tribuna in ferro sopra l’ingresso principale della chiesa e di trasferire l’organo opportunamente restaurato. Il costo dell’operazione ammontò a 9.000 lire di cui ben 3.200 furono raccolte con collet­te tra i parrocchiani. Il Consiglio di Fabbrica decide quindi di chiedere un contributo di 1800 lire per poter saldare il costo della tribuna al Regio Economato Generale dei Benefizi ecclesiastici di Torino (6). Con lettera del 29 novembre 1906 il regio Economato generale di Torino risponde affermativamente alle richieste di contributo del consiglio parrocchiale elargendo la somma di 300 lire per coprire parzialmente le spese di costruzione della nuova tribuna (7). Anche il Consiglio comunale di Ventimiglia provvede a elargire un contributo necessario per coprire le restanti 3800 lire che la parrocchia di S. Agostino deve ancora a saldo all’organaro Mola nell’agosto 1907 facendo seguito alla richiesta pervenuta in data 30 aprile 1907 (8) e (9). Un importante restauro venne apportato all’organo nel 1936 dall’organaro Italo Romoli all’epoca in pensione e residente a Ventimiglia. Già dipendente della grande casa organaria francese Cavaillé-- Coil, Romoli apprese in particolare da questi l’arte dell’intonazione dei registri ottenendo apprezzabili consensi. Seguito dall’allora quindicenne Francesco Muratore, organista della chiesa di S. Agostino dal 10 aprile del 1935, l’organaro Romoli portò a compimento nell’arco di un mese un restauro accurato dello strumento, curando moltissimo l’intonazione dei vari registri.
Agli inizi del 1945 l’organo fu seriamente danneggiato per lo scoppio di una granata sul cornicione del rosone al centro della facciata; numerose schegge e detriti di varia dimensione causarono severi danni all’organo. Alla fine della guerra, il parroco Don G. Orengo decise di provvedere alla riparazione facendo intervenire la fabbrica d’organi Parodi e Marin di Genova Bolzaneto. In quella occasione si decise di alleggerire l’architettura dello strumento, eliminando tutta la parte superiore del basamento della cassa per dare più luce e risalto al rosone centrale e i famosi due armadi laterali che recavano le scritte già precedentemente descritte. Venne modificato infine il prospetto dell’organo su disegno di E. Muratore, nello stile cosidetto “cediiano”, aggiungendo canne mute al posto dei due armadi laterali. Purtroppo il lavoro non fu portato a termine e risultò poco soddisfacente; anche l’elettroventilatore installato si dimostrò poco sufficiente ad alimentare tutto lo strumento.
Grazie all’interessamento del nuovo parroco Mons. G. Boero, nel 1958 l’organo venne completamente riveduto, messo a punto e dotato di un nuovo elettroventilatore. I lavori furono eseguiti dalla stessa ditta Parodi Marin, le canne di facciata vennero delimitate da due cornici verticali a finto stucco e la tribuna dipinta ad archetti a sesto acuto e colonnine di marmo, riprendendo lo stile della chiesa dal prof. Misani (10).
L’organo Paoli - Mola, seppur suonato con regolarità dall’organista parrocchiale E Muratore sino a pochi anni orsono, andò lentamente deteriorandosi al punto che fu necessario un intervento risolutivo, compiuto con successo nel 2003, oggetto della presente pubblicazione.
 
“Voglio cantare inni, anima mia, svegliatevi arpa e cetra,
voglio svegliare l’aurora.” (Salmo 108) 

Non trovo riferimento migliore per introdurre questo scritto che citare salmista: “voglio cantare inni, anima mia”! Ci vedo espressa un’esigenza profondamente sentita dall’animo umano: forse per dare voce alla gioia, ma forse anche per riappropriarsene nel caso si fosse affievolita. E per fare ciò: “Svegliatevi arpa e cetra!” invoca l’aiuto di strumenti adatti che permettano a quanto si muove nel profondo dell’animo umano di prendere consistenza, di rivelarsi. Perché “voglio svegliare l’aurora!” Avverto che posso con il mio canto e la mia gioia dare inizio ad un nuovo giorno, provare l’ebbrezza dello sbocciare della vita all’aurora del mio mattino! Perché gli organi a canne nelle chiese? Perché restaurarli? Perché il risveglio di attenzioni a questi strumenti rimasti, a volte per troppo tempo, in oblio? Forse perché l’uomo oggi sta soffocando in un mare di problemi e cerca aiuti per riprendere vita. E l’organo a canne è un aiuto potente ad ispirare la voglia e a sostenere la voce di chi canta.
E certo una grande soddisfazione guardare oggi il nostro organo restaurato e collocato così bene nel contesto architettonico della nostra chiesa, ma ancor più constatare il notevole appoggio al canto dell’assemblea o ascoltare le melodie che accompagnano i vari momenti meditativi o gioiosi della liturgia. Non è raro vedere qualcuno che, terminata un’esecuzione alla conclusione di una Messa, magari rivolto verso l’organo compiaciuto si lascia scappare spontaneo un applauso! Fatti che succedono e dicono il consenso e l’approvazione di tutti sul lavoro fatto. “Svegliatevi arpa e cetra!” Certo non è bastato schioccare le dita per ridare vita e funzionalità allo strumento! Il cammino è stato lungo, faticoso, ha coinvolto molte persone. Proverò a fare dei nomi, almeno per segnalare le realizzazioni più importanti che a quei nomi sono legate, anche se so già che rischio di dimenticare qualcuno e qualcosa. Il merito primo va al mio predecessore Don Giovambattista Colucci. Fu lui ad avviare le pratiche interpellando vari costruttori d’organo, anche tra i più quotati in Italia. Ebbe i preventivi, si fece un’idea delle spese e fece domande per ottenere finan­ziamenti, perché la Parrocchia non ce l’avrebbe fatta a sostenere spese così ingenti. Grazie all’interessamento del Sig. Mario Blanco andarono a buon fine i contatti con la Fondazione CARIGE che si impegnava a sostenere il progetto con un sostanzioso contributo. Fortunatamente la Fondazione CARIGE motivava il suo intervento a sostegno di un’opera di restauro” dell'organo. Questo fu determinante per decidere il progetto. E' bene sapere che c’erano alcuni che sostenevano fosse meglio procedere alla costruzione di un nuovo organo, oberandoci di quello vecchio devo quindi ringraziare l’organaro Beniamino Giribaldi di Imperia, che informato della situazione, ci fece conoscere il Dott Giampaolo Mela, musicologo, appassionato e studioso di organaria. Fu determinante la soluzione che egli indico' e, per la competenza con cui la espresse fu anche convincente nei confronti di tutto il gruppo. Seguendo i suoi consigli si elaboro il progetto con l’interessamento dell'incaricato della Curia Diocesana per la tutela degli organi antichi il Maestro Silvano Rodi, si iniziarono le trattative con la Bottega Artigiana dei fratelli Giorgio e Cristian CARRARA di Rumo (TN). Completati i progetti e approvati dalla Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici della Regione si diede il via ai lavori il 6 Febbraio 2001. Il preventivo di spesa era di £. 315.000.000, la Fondazione CA.RI.GE stanziò un contributo di £. 150.000.000, riuscimmo ad ottenere un ulteriore contributo dalla C.E.I. di £. 51.600.000. E’ ovvio che senza questi aiuti mai la Parrocchia avrebbe potuto affrontare un simile aggravio di spese. La ricostruzione fu un’opera lunga e paziente e riuscì a coinvolgere anche qualche parrocchiano. Dobbiamo essere grati all’Ing. Fausto Ponziani che seguì con passione le varie fasi della ricostruzione. Ora è un organista appassionato e sa farci apprezzare le potenzia- elità dello strumento. In quei giorni fece capolino un ragazzino che dimostrò interesse a alle varie fasi del montaggio e fu utile al momento dell’accordatura quando qualcuno doveva sedere alla tastiera per far sentire la nota all’accordatore che operava sulle canne. Si tratta di Dario Amoroso, organista in erba che rivela passione ed ora è iscritto al corso d’organista liturgico presso la Scuola Diocesana di musica sacra. E non possiamo tacere l’operato del coro parrocchiale, diretto da Ambrogio Racco, diplomato organista liturgico all’Istituto diocesano di Musica Sacra e che si sta ora perfezionando al Conservatorio di Torino. Hanno constatato quanto la voce umana sia meglio soste­nuta dal suono delle canne piuttosto che dai suoni "spenti” degli strumenti elettronici. Queste persone le cito volentieri perché sono coloro che possono ulteriormente giustificare le motivazioni del restauro, ma sono anche la speranza di dare maggiore risalto allo strumento e garantirci un futuro che riprenda le splendide tradizioni del passato quando con il Maestro Francesco Muratore non solo si eseguivano concerti d’organo ma si animavano cantorie e di voci bianche e di cori per il canto liturgico. Non possiamo poi non ricordare i responsabili principali: i fratelli Giorgio e Cristian Carrara con i quali si è stretta una bella e profonda amicizia. Nei concerti inaugurali è stata eseguita magistralmente musica appropriata allo strumento e tutti i maestri che si sono susseguiti nel corso del primo anno di attività, hanno avuto parole di apprezzamento per il nostro organo monumentale, vero gioiello collocato nella nostra chiesa.
Certo ho ben presenti le molte persone umili e di modeste condizioni che hanno dato nascostamente la loro monetina: anche per loro ringrazio il Signore e chiedo che la scritta posta sopra la consolle “Soli Deo Gloria” li conforti perché tutto il lavoro fatto da tutti ha qui la sua ultima motivazione: “A Dio solo diamo gloria I”
                                                                                                                                              Il Parroco
                                                                                                           SAC. DANIELE BISAT0
   
IL RESTAURO
Premessa
 
“Ridare vita” ad un organo mutilato nella sua fisionomia originaria da parecchi interventi nel corso del tempo di cui alcuni di qualità altri poco rispettosi del manufatto è un’impresa molto complessa che presuppone come elemento prioritario l’ac­cortezza di salvaguardare e rispettare i principi base del restauro, e cioè limitatezza dell’ intervento, riconoscibilità, reversibilità.
Nel nostro caso, l’organo edificato nel 1893 da Lorenzo Paoli di Campi Bisenzio su progetto dell’organologo genovese Pier Costantino Remondini e successivamente ampliato e trasferito in tribuna nel 1906 dalla ditta torinese” Cav. G. Mola” mantenendo tuttavia una continuità nell’estetica originaria dello strumento, è stato oggetto di interventi recenziori operati nella prima metà del XX secolo che ne hanno modificato l’aspetto strutturale ed estetico secondo la moda del tempo.
Si prospettavano diverse possibilità d’intervento:
· restaurare l’esistente e ricostruire le parti mancanti per ritornare alla struttura originaria, impresa ardua per la totale mancanza di documentazione d’archivio, con il rischio di affrontare una ricostruzione basata più sulla fantasia che su fonti documentate;
· costruire un organo completamente nuovo, conservando solamente una parte consistente del nucleo fonico, alienando materiale Paoli e Mola originario, al fine di evitare compromessi che avrebbero potuto limitare la creatività nella nuova edifi­cazione;
· restaurare il materiale superstite, ripristinare la trasmissione meccanica sospesa e la cassa per dare una fisionomia più consona all’aspetto architettonico della facciata mettendo in risalto l’ampio rosone centrale, integrando la paletta sonora con nuovi registri, rispettando l’estetica originaria di stampo ceciliano, proseguendo quindi quella tradizione gia impostata dall'intervento del Mola di inizio XX secolo. 
Tenendo conto del rispetto e recupero di un’opera d’arte da conservare alle generazioni future, delle esigenze di utilizzo sia nelle celebrazioni liturgiche che in sede concertistica al fine di realizzare una coesione tra conservazione, conoscenza e valorizzazione, si è optato per la terza ipotesi.
Tra le varie case organarie interpellate, la scelta è caduta sul laboratorio artigiano dei fratelli Giorgio e Cristian Carrara di Rumo di Trento, i quali, ottenuta l’autorizzazione della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici della Liguria, procedevano alle prime fasi di documentazione fotografica e smontaggio dello strumento e quindi al restauro, previo trasporto dell’organo in laboratorio. Dopo un paio d’anni di lavoro intenso, finalmente lo strumento è stato nuovamente rimontato e ricollocato nella nuova cassa e sottoposto alla delicata fase d’intonazione ed accordatura.
Il risultato ottenuto è particolarmente riuscito soprattutto nell’interpretazione del repertorio sinfonico - ceciliano italiano e francese coevo all’edificazioni. Lo strumento, così concepito e ben disposto nell’ampia volumetria della cassa, possiede quindi due tastiere di 58 note e pedaliera di 30, 1850 canne suddivise in 31 registri reali di cui 4 ad ancia e ben 8 fondi da 8’, una cassa espressiva particolarmente efficace, trasmissioni integralmente meccaniche di tipo sospeso. Di particolare effetto sono la dolcezza, rotondità e amalgama dei vari registri di fondo; molto efficace la cassa espressiva del recitativo che elaborata su modelli di organi francesi coevi, ha una funzionalità davvero eccellente. Molto belle anche le ance dell’organo, tutte ben caratterizzate e ben equilibrate; in particolare il registro oboe del recitativo è di squisita fattura Paoli e si fonde molto bene con i fondi. Decisamente bello quanto piuttosto raro il concerto viole originario Mola; possente e nello stesso tempo cristallino il ripieno a 5 file del Paoli in base 16’, a cui si contrappone l’altrettanto brillante ripieno a tre file dell’espressivo, sapientemente armonizzato dai fratelli Carrara. Le trasmissioni sono pronte e precise, non eccessivamente dure a manuali uniti. Nel complesso uno strumento che, nonostante la pronuncia spiccatamente italiana come deve essere poiché rappresenta il pensiero e l’ideale estetico-sonoro di due organari italiani influenzati dallo stile cediiano emergente, può affrontare con dignità e proprietà di mezzi il repertorio sinfonico e ceciliano delle varie scuole europee, in particolare quella italiana e francese.

Contatore visite gratuito


 
Torna ai contenuti | Torna al menu